Pink life magazine Il New Deal della rivista che raccoglie le eccellenze del Made in Campania

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Il New Deal della rivista che raccoglie le eccellenze del Made in Campania
Party a Palazzo San Teodoro con la top model Raffaella Modugno

Compie quattro anni Pink Life Magazine e si propone in una veste grafica completamente rinnovata e accattivante, e con un mood che sfida la crisi in cui, ormai da tempo, è caduto il mondo della carta stampata. Gli editori Girolamo Alvino e Linda Suarez, che è anche direttore responsabile Pink Life Magazine, hanno dato vita, per mesi, a incontri per coinvolgere alcune tra le più prestigiose realtà della Campania, travolte dall’energia esplosiva di Linda Suarez, che per l’occasione vestiva uno splendido abito bianco e nero. Dal Cilento Outlet Village, proiettato verso una crescita esponenziale con l’inaugurazione modugno-cover-pink-lifedi nuovi store di prestigio entro la fine del 2017, a marchi famosi che ormai compaiono nella storia più importante del Made in Italy: Bruno Caruso Privé, Alessandro Legora, Mara Carol. Di questa nuova avventura fanno parte anche Ortensia Tropeano, Alessandro Gaglione, Pecorella Marmi, Il Fregio Luxury Home, Luisstyle, Grizzly Security, Village Aperitif, Albano Shoes, More Man, QBR Jeans, Starlet, Alamè Jewels, Desiree Liquori, Jhey Roger, Helena P.

Gli editoriali moda della rivista sono affidati al fotografo Giorgio Attanasio, ormai braccio destro degli editori e art director di Pink Life Magazine.

Un press afternoon dal tocco decisamente milanese. Un pomeriggio aperto dall’incontro con la stampa e proseguito nell’atelier di Bruno Caruso Privé, in via Carlo Poerio n. 12, che ha proposto una preview della collezione primavera/estate 2017, già anticipata nell’editoriale moda di Pink Life Magazine in distribuzione da qualche giorno. Testimonial di Bruno Caruso Privé la top model Raffaella Modugno, tra le candidate a valletta del prossimo Festival di Sanremo, presente in atelier e al party con cui si è brindato al new deal della rivista a Palazzo San Teodoro, nel cuore di Chiaia. Dj set Gaetano Gaudiero. Live Set Marika Cecere.

Tra i presenti, immortalati dagli scatti di Pasquale Garofalo, Anna Capasso, Francesco Albanese, Ciro Giustiniani, Marianna e Angela Fontana, Salvio Simeoli, Alessandra Clemente, Luca Riemma, Marco Maddaloni, Romina Giamminelli, Claudia letizia, Alessandro Cannavale, Antonio Ciccone, Nino Lettieri, Alessandro Legora, Pasqualina Sanna, Ramona Amodeo, Pasquale Legora de Feo, Veneranda Pascale, Felicita Merlino, Francesco Furino, Arturo Pierro, Nicola Pecorella, Roberto D’Angelo, Ciro Prato, Alessia Avolio, Cinzia D’Onofrio, Ortensia Tropeano, Alessandro Gaglione, Luisa e Annalisa Viscardi, Leo Nigrelli, Lorenzo Crea, Enzo Agliardi, Lorena Sivo, Alessandro Sansoni.

Dr. Harry di Prisco
Giornalista-GIST Gruppo Italiano Stampa Turistica
Ispettore On. Ministero dei Beni
e delle Attività Culturali e del Turismo
Via F. Petrarca, 101/B
80122 NAPOLI
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Rinasce con la terza generazione il marchio Bradimante

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A Firenze i fiorentini non sapevano rassegnarsi, uno dei marchi più amati – Brandimarte – silenziosamente, a piccoli passi, era uscito di scena.
Ma ci voleva la terza generazione, la nipote del Brandi, Bianca Guscelli, affiancata da Stefano Marchetti, giovane imprenditore fiorentino e titolare di Remax Rinascimento a Firenze, che ha
puntato sulla sua vena creativa, che riprende l’attività del nonno Brandimarte Guscelli…Bianca, nata e cresciuta nella famiglia di argentieri ed esperta in design e style, volitiva, orgogliosa della storia della sua famiglia e consapevole della grande importanza dell’artigianato italiano e del made in Italy, con Stefano Marchetti, si impegna in una importante azione di retail, ritorna dunque a vivere e risplendere il Brand Brandimarte.

L’azienda, vanto delle “botteghe” fiorentine, tutte quelle che negli anni hanno attraversato la storia dell’Oltrarno, ha vissuto la sua storia a partire dal laboratorio di via Lorenzo 15782039_945674258900650_1164059968_nBartolini, passando poi per il negozio di viale Ariosto, fino all’ultima reincarnazione sopra porta Romana, in via Ugo Foscolo.
Quella della Brandimarte, fondata nel 1955, è una tipica storia fiorentina, creata da Brandimarte Guscelli, nata in un fondo di via Ponte di Mezzo, ha dato lavoro a operai, creato formazione e, per primo, dato lavoro ai carcerati, e per l’illuminato acume artigianale del suo fondatore, adottando due importanti rivoluzioni nel
campo dell’argenteria, una di carattere tecnico che consisteva nel «martellare» il metallo, come aveva visto fare agli zingari col rame, l’altra rompendo con la consuetudine dell’articolo d’argento come pezzo da esibire in vetrina, Brandimarte riproponeva la tradizione delle antiche famiglie reali, che utilizzavano nel quotidiano i serviti d’argento, per creare una serie di prodotti che coniugavano bellezza e funzionalità, studiati per la vista ma anche per il tatto, lavorati a mano dai 100 dipendenti dell’azienda, trasferitasi in via Bartolini, negli anni ’80 e ’90.
decanterIl Brand Brandimarte, gestito da Bianca Guscelli e Stefano Marchetti, avrà dunque un progetto innovativo, quello di portare l’argento di nuovo sul mercato rispettando gusti e tendenze dei giovani, modificati nel tempo, sviluppando linee da indosso innovative, lavorate a mano, l’argento di Brandimarte come mood iconico ritornato ad essere un Must sia in Italia che all’estero.
Brandimarte Guscelli, «quel grosso mucchio di case ammassate in Oltrarno», come scriveva Vasco Pratolini e quello era il suo regno, dove, burbero, ironico, generoso e geniale il Brandi viveva e insegnava, apriva le porte agli amici, ai carcerati, ai ragazzi, era l’Oltrarno il suo habitat naturale, tra il vociare degli artigiani, le biciclette, i rumori degli artigiani che non ci sono più, il mercatino, guardarsi in viso, riconoscersi, il suo, nell’Oltrarno fiorentino è stato un viaggio, straordinario e meraviglioso, dove i fiorentini venivano coinvolti alla scoperta del suo mondo, la bottega di argenteria situata nel centro di Firenze, dove lo spazio di vendita si intrecciava con la produzione e con la vita quotidiana.
E Bianca la bella, la terza generazione, che ha sempre vissuto tra bagliori d’argento, frese, metallo e sogni, oggi dà un nuovo imprinting al Brand Brandimarte, affiancata da Stefano Marchetti, giovane imprenditore fiorentino e titolare di Remax Rinascimento a Firenze, che ha puntato sulla sua vena creativa, riprende l’attività del nonno Brandimarte Guscelli, per una nuova strategia di marketing, gioielli da indossare e accessori per la casa.
Una nuova vita per l’argento del Brandi – come ci racconta la nipote – è quello che ci siamo posti Stefano ed io, il risultato è a medio e lungo termine, può arrivare anche dopo 15749781_945672002234209_195280940_nun mese di lavoro. I ritmi di lavorazione seguono regole che si tramandano di artigiano in artigiano, gli strumenti sono ancora gli stessi, anzi, alcuni non esistono neanche più. Prima l’argento veniva lavorato liscio, mio nonno Brandimarte, osservando gli zingari battere il rame, decise di farlo con l’argento per tutta la linea della casa, oggettistica adoperata quotidianamente. Era una cosa impensabile prima di allora, ma, come tutte le mode, la linea martellata si affermò in tutte le case. Con la stessa intraprendenza mio padre Stefano creò una linea Vino totalmente in argento, che dopo le prime titubanze, è stata apprezzata da tutti i sommelier anche per la sua capacità di interagire con la bevanda stessa.
In effetti l’argento sarà pure un metallo geloso, che a contatto con gli altri ne ruba il colore, ma essendo un materiale vivo ha moltissime proprietà. Esalta i sapori nel bene e nel male, oltre ad essere conduttore e antibatterico. Lo utilizzavano i nobili in passato per evitare di trasmettersi infezioni ed io per tutti questi motivi voglio riportarlo nella quotidianità di tutte le famiglie a partire dalla tavola.
Ritorna così, dai ricordi di Bianca, l’immagine del nonno Brandi, tra le stradine dell’Oltrarno, l’atmosfera è d’altri tempi. Gli abitanti si conoscono tutti e si chiamano per nome. Il fornaio, l’edicolante, la bottega del restauro, il doratore, il ciabattino che risuola le scarpe, l’ebanista: sono loro i protagonisti della vita di questo piccolo borgo. La città sembra lontana, qui siamo in Oltrarno, la parte meno conosciuta di Firenze dal turismo del mordi e fuggi, ma amata dai fiorentini in quanto non meno glamour, fatta da botteghe e fondi, tra un bociare che è quasi un leit motiv affascinante, un base musicale al tran tran cittadino, “le botteghe” dei maestri d’arte dei mestieri dimenticati, tramandati, nozioni apprese da padre al figlio, locali e magazzini appartati, discreti, quasi nascosti, la fabbrica del Brandi in Via Bartolini.
Sembra di entrare in un paese incantato, fatto di oggetti favolosi, dove la bellezza del metallo, i giochi fioriti, la maestria del Liberty, dei tagli e delle incisioni si propongono agli abbinamenti, con l’armonia ai cromatismi, i giochi di luce, fatti con ramages e ricami, la luce che varia e modifica gli oggetti, calici, bicchieri, ciotole evanescenti, quasi trasparenti, 15644532_941865989281477_1575318211_nimpalpabili emozioni, gioielli finissimi, un sottofondo cadenzato dal rumore delle mole, dal tintinnio, dalle ruote che girano incessantemente, e poi il silenzio della fornace con gli attimi di magia che danno vita alle forme, con figure di giovani e vecchi artigiani che carezzano questi capolavori delicatissimi con mani che sembra tocchino le corde di un violino per un concerto di archi, per creare nell’insieme un opera d’arte; questa è stato il mondo del Brandi, un grande, che è un primato di passione e di lavoro, ma, principalmente, è una storia di famiglia, di uomini artigiani e oggi di una donna che riassume egregiamente come l’imprenditoria femminile si esprime e opera, ed è un vivo esempio di come, negli ultimi cento anni, in maniera non traumatica, si è consumata una rivoluzione pacifica epocale, che ha modificato il ruolo della donna in tutto il mondo e in tutti i settori professionali.
Probabilmente Bianca e Stefano, coinvolti in un romanzo d’amore e di nostalgia revival non pensavano minimamente di diventare attori principali di una storia diventata famosa in tutto il mondo per l’argento, cesellato e interpretato in maniera diversa, materiale di un tempo, lavorato da migliaia di anni, ma rielaborato per la casa del domani, capace di diventare protagonista del design che, grazie alle sue molteplici qualità, adattato facilmente ai nuovi stili di vita e gli spazi del living.

Brand Brandimarte – per info:
1.stefanomarchetti@gmail.com
biancaguscelli@libero.it
Press: cristina.vannuzzi@gmail.com

Genius loci. Riflessi dell’identità pugliese in cinquanta artisti tra passato e presente

DE MITRI Azzurra I, 2006Genius loci. Riflessi dell’identità pugliese in cinquanta artisti tra passato e presente

17 dicembre 2016 – 31 marzo 2017

Le nostre sensazioni, le nostre percezioni, la nostra memoria, la nostra vita non possono essere raccontate e rappresentate che rispetto a un luogo. Noi siamo il nostro luogo, i nostri luoghi: tutti i luoghi, reali o immaginari, che abbiamo vissuto, accettato, scartato, combinato, rimosso, inventato. Noi siamo anche il rapporto che abbiamo saputo e voluto stabilire con i luoghi (Vito Teti, Il senso dei luoghi, Roma 2004)

La frase del Teti, frutto di una lunga riflessione che ha attraversato i secoli, se non i DE MITRI Azzurra II, 2006millenni (dallo “spirito del luogo” di classica memoria a quello, aggiornato alla luce del celebre volume di Norberg Schulz, che lo identifica in quei particolari elementi naturali, culturali, antropologici propri di un luogo e non di un altro, che ne costituiscono l’identità più profonda) spiega come meglio non si potrebbe l’assunto di questa originale mostra promossa dalla Città Metropolitana di Bari, che sarà inaugurata il 17 dicembre 2016 presso la Pinacoteca: indagare se il genius loci così come inteso dagli autori più recenti trovi i suoi riflessi nelle opere degli artisti che in quel luogo hanno avuto la loro origine, in un percorso storico e descrittivo, articolato per grandi tematiche, che dal 1900 si spingerà sino ad oggi.

DE MITRI Azzurra III, 2006Dai pittori pugliesi del primo Novecento (Damaso Bianchi, Enrico Castellaneta, Francesco Romano) che hanno inventato un repertorio e un linguaggio pittorico adatto a rappresentare il particolare paesaggio “pugliese”, sin allora escluso, salvo rare eccezioni, dalla storia dell’arte, agli artisti attivi negli anni quaranta/settanta sino ad arrivare, senza soluzione di continuità, agli artisti contemporanei, in cui il rapporto con l’habitat, meno esplicito, non è però meno intenso e coinvolgente, sebbene rappresentato con modalità espressive totalmente differenti.

Il sottile, importante discrimine che ha guidato la scelta dei pezzi da esporre – provenienti in parte dal ricco patrimonio della Pinacoteca Metropolitana di Bari, in parte da altri musei ROMANO Campo di granoitaliani o da collezioni private e d’autore – ha tenuto presenti, per l’equilibrio e la validità comunicativa del percorso intrapreso, non soltanto fattori qualitativi ma anche il rispecchiamento delle tematiche proposte, che sono state individuate in una scelta quanto più possibile chiara e caratterizzante.

La mostra, prevista dal 17 dicembre 2016 al 31 marzo 2017, sarà documentata da un catalogo, a cura di Clara Gelao, con saggi della stessa, di Gaetano Cristino, di Lucio Galante, con la riproduzione a colori di tutte le opere esposte, schede delle opere e biografie degli artisti.

Pinacoteca Metropolitana “Corrado Giaquinto”

Via Spalato 19 / Lungomare Nazario Sauro 27 (IV piano)

70121 Bari Tel. 080/ 5412420-2-4-6

www.pinacotecabari.it

Per informazioni: Tel: 080/5412421 pinacoteca@cittametropolitana.ba.it
Ufficio Stampa: Tel. 080/5412427 pincorradogiaquinto@gmail.com;

Antiche storie del mare per la collezione SS2017 di Eles Italia di Silvia e Stefania Loriga

14-03-12-2016-eles-italia1120Antiche storie del mare per la collezione SS2017 di Eles Italia di Silvia e Stefania Loriga

Il mare, come sosteneva il grande scrittore/marinaio Joseph Conrad, è un’ esperienza che mette alla prova tutti i sensi: la vista, l’udito, l’olfatto, il tatto…….per i giovani che nascono in Sardegna, sul mare, e vanno per il mondo con le loro professionalità va inserito anche il gusto nell’assunto conradiano: ragazzi nati sul mare e cresciuti in un lembo di terra incastonata tra il mare azzurro e la durezza dei monti, il profumo del salmastro che si confonde al vento, Silvia e Stefania Loriga, nate in Sardegna, vivono la loro passione e il loro sogno di creare la loro linea moda guardando il mare, da dove traggono l’ispirazione, trovando colori e forme nella profondità del blu, negli stridi rauchi di gabbiani,
nei colori spudorati dell’estate e il nero tenebroso dell’inverno sotto il cielo livido di pioggia, per ripetere all’infinito la storia di un rapporto intenso dell’uomo con il mare, sempre in bilico tra attese e incontri.
Incontro Silvia e Stefania Loriga, ti vengono incontro e sorridono, prima con gli occhi e poi con la bocca, e nei loro occhi vedi il mare, il lentischio e il mirto, le rocce levigate
dall’acqua, lenta e continua, gli olivi bassi d’argento, e ti parlano della loro grande passione per la moda, nella quale, attraverso varie forme di lettura, evidenziano il loro mondo, da dove provengono, gli elementi che hanno caratterizzato il loro progetto del brand. Infatti, prima ancora di scuola e corsi, è il territorio a dare l’imprinting ad un progetto dove la creatività lascia che sia il territorio ad esprimersi, con tutto il fascino, la storia, le vicende remote e i segreti culturali che quella terra manifesta.
14-03-12-2016-eles-italia1219La loro Sardegna è nel brand, usano tessuti diversi e preziosi, sembrano onde l’organza, il sensuale chiffon, la seta, ritrovi la loro terra nel luccicare degli Swarovsky che usano per coprire completamente short e minigonne, sorprendenti cristalli e pietre dure rubati alle notti d’estate, la seduzione che crea uno stile diverso – all day perfect – una lezione di stile per la palette che spazia dai neri assoluti dove ritrovi le tempeste più devastanti di un mare livido al rosso, caratteristica dei fiori di una terra che è violente e affascinante anche nei colori spudorati, i verdi del mirto e del lentischio, l’argento degli olivi resi nani dal vento implacabile, per poi spaziare con i bracciali, le fasce per capelli, ai chokers, una collezione made in Sardegna, un’inedita e innovativa ispirazione estetica che crea un vivace e deciso lifestyle giovane fatto da due ragazze giovani, la loro terra che diventa ispirazione delle loro passioni, il mare aperto e sconfinato per un mix di sensazioni, scuola di vita e atmosfere, una filosofia di vita forgiata dalla famiglia, un talento innato per trasformare antiche storie di mare in nuove e voluttuose emozioni.

www.elesitalia.com
per Info: LA REVE PR & ADV – infolareve@libero.it

Ghidini1961: i bagliori dell’ottone per accompagnare i gesti del nostro quotidiano

axonometry 01Ghidini1961: i bagliori dell’ottone per accompagnare i gesti del nostro quotidiano

Dalla collezione Ghidini1961, che reinterpreta in chiave design la sofisticata eleganza di un metallo d’altri tempi quale l’ottone, due oggetti speciali: il portagioie e il portanelli a forma di ciliegia firmato Nika Zupanc, dove il Knotted (il dettaglio del picciolo) trae ispirazione da una celebre scena del serial Twin Peaks, ed il set di piccoli vassoi Axonometry di Elisa Giovannoni.
Forme maliziose ed ammiccanti da un lato; regola e rigore geometrico dall’altro, femminile e maschile.
axonometry 02Due modi per custodire i nostri oggetti del quotidiano, dai più preziosi e personali a quelli da tenere sempre in vista e a portata di mano: forma e materiale nobilitano il concetto di funzionalità.

Axonometry
Lo schema compositivo di questa famiglia di piccoli vassoi è la proiezione in assonometria isometrica di due parallelepipedi che crea un effetto ottico tridimensionale implementato dai bordi
inclinati e dalle finiture a contrasto del metallo. Come in un gioco è possibile ottenere più configurazioni creando disegni sempre diversi.

Descrizione: vassoi singoli o componibili in acciaio, finitura ottone, di varie dimensioni
Dimensioni: 7,5×17,3×2,5 cm – 7,5×17,3×2,5 cm – 15×34,7×2,5 cm – 15×34,7×2,5 cm – 7,5×2,5×8,7 cm
7,5×2,5×8,7 cm – 7,5×7,5×2,5 cm – 15×17,3×2,5 cm – 15×17,3×2,5 cm – 15x15x2,5 cm

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Insuccesso. Senso di colpa. Paura dell’amore. Un luogo dove nascondere tutto quello che segretamente desideriamo, ma di cui ancora abbiamo troppo timore di parlare. Le cose voluttuose che
il perfetto amante conosce non vanno mai raccontate. Lei sogna e si chiede dove trovare un posto così. Prima lei pensa al Paradiso, poi alla spiaggia, e infine lo trova nella Knotted Cherry!

Descrizione: porta anello e portagioie, finitura ottone
Dimensioni: 5x4x8 cm – 11,5x10x20 cm
Clara Buoncristiani PR&Communication Studio | Milano, Viale Monte Grappa 14 • Brescia, Via Zuccari 14 (Italy) | www.clarabuoncristiani.it

Michele Miglionico veste il film Il Mondo di mezzo

laura-lena-forgia-con-massimo-bonetti-durante-le-riprese-del-film-il-mondo-di-mezzoMichele Miglionico veste il film Il Mondo di mezzo

Lo stilista Michele Miglionico veste le attrici Nathalie Caldonazzo e Laura Lena Forgia nel film “Il mondo di mezzo” del regista Massimo Scaglione.

Michele Miglionico ha curato l’immagine dei personaggi interpretati dalle attrici Nathalie Caldonazzo e Laura Lena Forgia nel film “Il mondo di mezzo” del regista Massimo Scaglione. La pellicola è stata presentata recentemente a San Paolo al Festival del Cinema Italiano in Brasile come migliore produzione cinematografica italiana più recente.

Interpreti del film, oltre alle due attrici femminili, gli attori Tony Sperandeo, Massimo Bonetti e Matteo Branciamore.

Il film, girato tra la Calabria e Roma, è la storia di una famiglia meridionale che emigra a laura-lena-forgia-durante-le-riprese-del-film-il-mondo-di-mezzoRoma che racconta e subisce la parabola discendente della nostra società attuale.

Gli abiti indossati da Nathalie Caldonazzo e da Laura Lena Forgia sono stati scelti dalla collezione pret a couture per l’inverno 2016/17 e realizzati in tessuti preziosi come il tulle ricamato, il pizzo coordonné e il mikado couture. I colori: verde bottiglia, fuxia e arancio fortuny.

Michele Miglionico Couture

Press Office:Nicola Altomonte

Mobile:+39 340 5402210

Email:press@michelemiglionico.it

Websitewww.michelemiglionico.it

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La Gioconda di Latta e altre 441 scatolette di latta

Del Tongo - La Gioconda di Latte 03La Gioconda di Latta e altre 441 scatolette di latta
Una mostra curiosa
Da Del Tongo
Dal 1° dicembre al 14 gennaio 2017

442 scatolette di latta saranno esposte dal 1 dicembre al 14 gennaio nello spazio Del Tongo in via Solferino 22. Fanno parte della collezione di Paolo Stefanato, giornalista, che nell’arco di trent’anni le ha raccolte in tutto il mondo. Egli spiega: “Le scatolette alimentari sigillate, a differenza di quelle con il coperchio, sono fabbricate per essere distrutte. Sono un semplice imballaggio che si getta e non si conserva, simboli inconsapevoli della vita quotidiana e dei consumi minuti. Invece, osservandole, si può apprezzare quanto siano belle, curiose, sorprendenti e come rappresentino un mondo d’arte a sé, non lontano dalla Pop art e dal pensiero creativo di Andy Wharol”.

Del Tongo - La Gioconda di Latte 01Provengono da tutto il mondo, hanno protetto e custodito cibi di ogni tipo: sardine, tonno, pomodori, verdure, frutta, pesce e carni. Non portano etichetta, ma sono litografate sul metallo, e questo le rende brillanti. Hanno grafiche inusuali e bizzarre, sono colorate e decorate con le immagini più diverse: fiori, pescatori, fabbriche, barche, figure e volti. Persino il ritratto della Gioconda. Vengono, dicevamo, da tutto il mondo, dall’Europa all’Argentina, dall’Italia alla Corea, passando dall’Africa e dall’Australia. Un racconto per ridare dignità a un oggetto dalla vita breve, che nasce per una vita effimera al servizio del prodotto che contiene.

La loro storia, come ha ricostruito Paolo Stefanato, ha più di 200 anni. “Nel 1810 le scatolette furono brevettate dall’inglese Pierre Durand che seguì le sperimentazioni del francese Nicolas Appert per la conservazione dei cibi in contenitori di vetro: Durand ostituì il vetro con lattine in metallo cilindriche. Il brevetto fu poi acquistato dagli inglesi Bryan Donkin e John Hall e l’industria che si sviluppò ebbe come primo cliente l’esercito inglese. Nel tempo, la leggerezza, la duttilità, la resistenza della latta, la qualità assicurata dai processi di conservazione, lo snellimento dei processi di lavorazione, fecero sì che la scatoletta iniziasse a diffondersi sul mercato fino a diventare, ai nostri giorni, un oggetto Del Tongo - La Gioconda di Latte 02consueto nella vita quotidiana di tutti”. “Le scatole di latta – avverte Stefanato – appartengono a due grandi famiglie. Quelle con il coperchio, quindi riutilizzabili, che hanno sempre alimentato un collezionismo fiorente e molto decorativo. E quelle sigillate, che invece vengono gettate dopo aver protetto il loro contenuto. Più umili, poco considerate, pronte a diventare un semplice rifiuto. Questa collezione vuol essere un po’ il loro riscatto: se nessuno le conservasse, di esse non rimarrebbe traccia”.

Tra tutte quelle esposte nella mostra, due spiccano pin modo particolare. Una fabbricata in Francia di marchio “Le dieux” su cui è disegnato un banchetto in cui Giove, Nettuno, Marte e Mercurio mangiano sardine: l’immagine è accompagnata da un falso verso dell’Iliade. L’altra, fabbricata in Italia, è quella delle “Alici in salsa piccante vera marca Rizzoli, Parma” in cui tre gnomi con barba e cappello tricolore sono sovrastati dal motto latino “Ante Lucrum Nomen”, prima il prestigio del nome e poi il guadagno. Valori solenni che sorprende trovare impressi su una semplice scatoletta di acciughe, fabbricata per essere distrutta.

Fa da cornice alle 442 scatolette il monomarca Del Tongo di Milano, uno spazio vivo di circa 300mq apparentemente allo stato grezzo, dove le cucine trovano rappresentazione per esprime qualità, design, e tecnologia. Da sempre valori dell’azienda. Una visione espositiva aperta, un collage di emozioni racchiuse in immagini reali per ridefinire gli spazi tradizionali in zone funzionali, non sono visioni di abitazioni ma scorci reali di cucine con idee diverse.

Questo da scoprire da Del Tongo dal 1° dicembre al 14 gennaio 2017, in Via Solferino 22 a Milano.
Il lunedì dalle 15.00 alle 19.00 e dal martedì al sabato dalle 10.00 alle 19.00
www.gruppodeltongo.com
Per ulteriori informazioni: 347 6907030

 

La storia delle scatolette di latta,fabbricate per essere distrutte

Paolo Stefanato

Le scatolette di latta, oggetti presenti nella vita di tutti noi, hanno una storia lunga più di 200 anni. Il primo a metterle a punto fu un inglese, Pierre Durand, che nel 1810 ottenne dal re Giorgio III d’Inghilterra il brevetto per la conservazione di cibi “in vetro, ceramica, alluminio e altri metalli”. Il brevetto di Durand era basato sui 15 anni di sperimentazioni del francese Nicolas Appert, che sviluppò l’idea di conservare il cibo in bottiglie. Durand prese l’idea di Appert e fece un ulteriore passo avanti, sostituendo le fragili bottiglie di vetro con lattine cilindriche in metallo. Egli intuì le potenzialità della sua scoperta ma preferì monetizzarla subito: e solo un anno dopo, nel 1811, la vendette a due industriali, Bryan Donkin e John Hall, di Bermondsey, presso Londra, che diedero vita a un’industria di conserve e nel 1813 produssero i primi cibi in scatola per l’esercito inglese.

L’idea di Durand aveva dunque paternità francese. Il governo di Parigi, durante le guerre napoleoniche, aveva bandito un premio di 12mila franchi per colui che avesse proposto un metodo efficace ed economico per conservare grandi quantità di cibo, perchè gli approvvigionamenti alimentari erano uno degli aspetti di maggior vulnerabilità degli eserciti: chi avesse escogitato un modo per nutrire le truppe regolarmente e con una qualità standardizzata, avrebbe avuto un’arma in più contro i nemici. Fu un cuoco e pasticcere di sessant’anni che nel 1809 si aggiudicò quel denaro: Nicolas Appert, appunto, nato a Chalon-en-champagne nel 1749, il quale ebbe la sua intuizione constatando che il calore eliminava o rallentava i processi di decomposizione del cibo. E mise a punto il suo metodo di conservazione, secondo il quale era necessario che un contenitore fosse sigillato ermeticamente e poi immerso nell’acqua bollente, per tempi variabili secondo il tipo di alimento (esattamente quello che tuttora si fa con le conserve di casa). Applicò il processo a dei recipienti di vetro e adottò, cinquant’anni prima di Pasteur, il metodo della sterilizzazione dei cibi. Appert pubblicò l’anno successivo un libro che è tuttora il capostipite riconosciuto della scienza della conservazione: “L’art de conserver les substances animales et vegetales”. Ebbe qualche fortuna anche con la sua piccola fabbrica, costruita con i fondi del premio, ma – quasi per una curiosa vendetta della storia: lui che aveva sfamato gli eserciti – questa fu rasa al suolo nel 1814 dall’esercito degli austro-prussiani, invasori della Francia, ed egli poi morì in miseria, a 92 anni.

Pierre Durand, che era nato nel 1766, non fece altro che sostituire i contenitori in vetro con la latta e adattare il metodo Appert alle scatole. La latta (o banda stagnata), un sandwich sottilissimo di acciaio e stagno che esisteva da secoli, presentava molti vantaggi: era un materiale più leggero, più duttile, meno fragile e più economico del vetro. Fondamentali restavano la chiusura ermetica e il passaggio delle scatole, una volta chiuse, ad alta temperatura per eliminare batteri e tossine. Inizialmente il processo di inscatolamento era laborioso perché doveva essere fatto a mano; le prime scatolette erano costose per la gente comune, con il risultato che divennero una sorta di status symbol. Ma progressivamente il successo crebbe, e con esso si allargò il mercato. Il cliente principale nel primo periodo fu la Marina di Sua Maestà e nel 1817 la Donkin&Hall in sei mesi vendette carne in scatola per 3mila sterline. , un’enormità per l’epoca. Nel 1820 l’esploratore Edward Parry, nella sua ricerca di un “passaggio a Nord Ovest” per l’India attraverso l’Artico, portò con sé scatolette di carne e di zuppa di piselli, e lo stesso fece nel 1829 l’ammiraglio John Ross in una spedizione analoga. L’unico, serio problema di quei tempi era l’avvelenamento provocato dal piombo che veniva usato per sigillare le scatole.

L’automazione dei processi di inscatolamento, il superamento dei problemi di salubrità del contenitore e l’aumento della gamma di cibi inscatolati (frutta, verdura, carni, persino ostriche, e poi tonno, sardine, pomodoro, zuppe) provocò un progresso della domanda che cominciò a essere sempre più diffusa grazie anche al contenuto “di servizio” delle scatolette, che permetteva di utilizzare il cibo nel tempo, tenendolo nella dispensa per l’occorrenza, diradando le visite al mercato; oppure di accompagnare viaggi e spedizioni. In Italia fu Francesco Cirio ad aprire la prima fabbrica di piselli in scatola nel 1856, a Torino, cui seguì, nel 1875, il primo impianto campano per la lavorazione industriale dei pomodori. Un fatto curioso: l’apriscatole fu creato trent’anni dopo le scatolette che avrebbe dovuto aprire. Fino a quel momento la gente si arrangiò come meglio poteva, con martelli, scalpelli, baionette, persino battendo la scatola sulla pietra.

Il successo dell’industria delle scatolette di latta e i progressi delle stampa litografica, che dava al metallo un’allegra brillantezza multicolore, diede origine a una variante più aristocratica: la scatola di latta contenente prodotti alimentari meno deperibili (biscotti, caramelle, cioccolato) oppure tabacco, puntine di grammofono, sigari e sigarette. Se per le scatolette ermetiche la confezione aveva un’essenziale funzione di conservazione dei cibi, le scatole non sigillate, cioè con il coperchio, assumevano una ragione più decorativa e voluttuaria, erano spesso oggetti da regalo o da ricorrenza, e rispecchiavano la certezza che, una volta terminata la loro funzione originaria, non sarebbero state gettate: avrebbero anzi continuato a servire le donne di casa o i ragazzi per contenere bottoni, utensili, cartoline e mille altre minutaglie casalinghe. Alcune fabbriche si specializzarono in scatole-giocattolo, regalo “doppio” per bambini fortunati, o in fantasiosi decori a tema o d’occasione (anni Santi, celebrazioni storiche, ecc.).

Da qui si può ben intendere come la grande famiglia delle scatole di latta, alle quali oggi è dedicato un fiorente collezionismo, sia in realtà divisa in due ampie categorie. Quelle “povere”, sigillate, che per svolgere la loro funzione devono essere aperte e distrutte, e quelle “aristocratiche” per le quali il contenuto è quasi un pretesto e che, anzi, appena vuotate acquistano una più orgogliosa vita propria. E’ facilmente intuibile che il collezionismo riguarda quest’ultimo tipo di scatole, che hanno espresso il loro massimo splendore tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento, e che spesso furono addirittura firmate dalle griffe della pubblicità dell’epoca, da Dudovich a Cappiello: in Italia esistono almeno una decina di grandi collezioni, a cominciare da quella raffinatissima di Marina Durand de la Penne, visitabile a Gerano (Roma) e dedicata esclusivamente a scatole italiane; e da quella di Marco Gusmeroli, di Arona (Varese), considerato “il guru italiano nel collezionismo di materiale pubblicitario”. Le collezioni minori non si contano.

Le scatole “povere”, quelle di sardine, di tonno, di salse, di pelati, di carne, vengono normalmente gettate dopo l’uso e – tranne rarissime raccolte, presenti soprattutto in Francia – non lasciano traccia. Intendiamoci: nel 2010 il “compleanno” è stato tutto loro, non di quelle di biscotti. Anch’esse – quelle povere – , comunque, possiedono un più ingenuo ma riconoscibile intento decorativo, legato all’elementare marketing di prodotti di poco valore. A differenza delle scatole con il coperchio, che una volta vuotate mantengono intatte le proprie caratteristiche, le scatolette sigillate per essere conservate devono essere svuotate del contenuto; e questo, anche se fatto con accorgimenti esteticamente delicati, implica una violazione della loro integrità. Ovviamente non c’è alternativa.

Prendiamo le scatole di sardine, per esempio, che fanno quasi storia a sé. Vengono prevalentemente da Paesi mediterranei quali Tunisia, Marocco, Portogallo, Spagna, Francia e sono a lungo “rimaste indietro” rispetto alle confezioni di altri prodotti, perpetuando anche in anni recenti sembianze ottocentesche e caratteristiche da archeologia industriale. Limitandoci alle scatolette litografate (e tralasciando quindi quelle con le etichette di carta, meno brillanti e dai colori più deperibili) va osservata la prevalenza di colori quali il rosso e il giallo (più naturali e più affini ai cibi naturali) e una netta minoranza di scatole stampate in verde, blu o nero. I disegni più frequenti si riferiscono al contenuto, e quindi pesci, pescatori, barche, velieri; ma ci si può imbattere nell’illustrazione della fabbrica, nell’intento forse di stupire il consumatore con le dimensioni e la solennità degli edifici; oppure in figure di fantasia – bambini, ragazze, principesse, ma anche antichi romani o personaggi letterari – per entrare in sintonia con qualche desiderio subliminale delle massaie, e per comunicare qualità e affidabilità.

Due esempi formidabili valgono per tutti. Una scatoletta di sardine sott’olio, fabbricata in Francia, “preparation à l’ancienne, depuis 1903” porta il marchio “Le dieux”, gli dei, illustrato con un banchetto dove tra gli altri si riconoscono Giove, con la corona, Nettuno, con il tridente, Marte, con elmo e lancia, Mercurio, con il caduceo. Davanti a ciascuno, un piatto con tre sardine. Una scritta recita, in francese: “Gli dei si nutrivano di sardine e d’ambrosia, Iliade, canto 25mo”. Una citazione di Omero? Macchè, l’Iliade si compone di 24 canti. Evidentemente quell’imprenditore decise che per conquistare le donne al mercato il metodo più efficace doveva essere un apocrifo del poeta greco. Quale incredibile macchinazione intellettuale!

L’altro esempio è italiano e tutti lo possono tuttora verificare negli scaffali dei supermercati. Si tratta delle “Alici in salsa piccante vera marca Rizzoli, Parma”, la cui scritta su fondo oro è uguale a sé stessa dal 1906, prima della Prima guerra mondiale (alcune scatolette furono trovate anni fa in una trincea); tre gnomi con la barba e i cappelli tricolori reggono un cartiglio blu con scritto: “Mangiar bene”. Piccolo, quasi invisibile, in alto, un motto latino: “Ante lucrum nomen”, prima il prestigio del nome e poi il guadagno. Tre parole che raccontano che cosa fossero un tempo l’onore, la nobiltà d’animo, il senso delle cose, il primato dei valori: con la solennità di un’iscrizione in un Pantheon. Invece è una semplice, dignitosa, modesta scatoletta di acciughe. Fabbricata per essere distrutta.

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Viso e decolletè più tonici con la biostimolazione

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Ne parliamo con il Prof. Mario Dini, esperto in Chirurgia e Medicina Estetica.

E’ di questi giorni la notizia che l’attrice <aref=”http://www.huffingtonpost.it/2015/07/09/meg-ryan-rifatta-attrice-irriconoscibile_n_7760022.html”>Meg Ryan è diventata irriconoscibile dopo i tanti interventi di chirurgia estetica</a>: l’attrice, regina indiscussa delle commedie romantiche dei ruggenti anni ’80 e oggi 54enne, avrebbe abusato di filler e botulino a tal punto da stravolgere completamente i propri lineamenti.
“Un fenomeno – sostiene il Prof Mario Dini, chirurgo plastico e estetico a Firenze – quello di sottoporsi a invasivi e ripetuti interventi di chirurgia plastica e ottenere come solo risultato un volto sempre più irriconoscibile, privo di espressione e di personalità, che coinvolge moltissime attrici”.
Le donne sono belle,  nascono belle e poi…. i mezzi di comunicazione giocano un ruolo fondamentale – al negativo –  in questa moda femminile, in quanto tendono a svilire la donna matura, bella nella sua maturità. Purtroppo sono stampa, tv e media in generale a dare un’immagine distorta della donna. Sono infatti proprio i media, con la scelta delle immagini pubblicitarie, a mostrare solo donne giovanissime, belle, tonde, morbide, suadenti… La pubblicità è da sempre, come si suol dire, un persuasore occulto: ci sono donne in età matura che vantano una bellezza al naturale senza esasperazioni. Splendide cinquantenni che vivono il passar del tempo rifiutando di ricorrere a quelle forzature artificiose che hanno invece trasformato in maschere grottesche donne che si sono sottoposte alla chirurgia estetica pur di fermare il tempo.
“Una tecnica che consiglio spesso, anche a motivo del suo non essere invasiva, è la biostimolazione: tecnica molto utilizzata nell’ambito della medicina estetica moderna, la <a href=”http://www.mariodini.it/biostimolazione.html”>biostimolazione attiva un processo di biorivitalizzazione dei tessuti trattati</a>, in modo particolare delle guance, del mento, della zona perioculare, del collo e del decolleté e, attraverso iniezioni nel sottocute di sostanze rivitalizzanti, permette di recuperare la tonicità del volto e del decolleté attraverso piccole iniezioni indolori eseguite in ambulatorio”.
Questo metodo può essere utilizzato sia nel trattamento di pazienti giovani (20-30 anni) che vogliono prevenire l’invecchiamento cutaneo, sia nel trattamento di pazienti che hanno superato i 40 anni e la cui pelle è più segnata dall’età e dal fotoinvecchiamento.

http://www.mariodini.it/biostimolazione.html

Prof. MARIO DINI
Specialista in chirurgia plastica e chirurgia estetica
Le Sedi: Prof. Mario Dini – via La Marmora, 29 Firenze, FI 50121
Tel: 055 570797
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Tel: 02 21118715

 

Bellezza è… I Consigli di Chirurgia Estetica del Prof. Mario Dini

Nude Young Woman with Her Hands on Her Back

Bellezza è…

I Consigli di Chirurgia Estetica
del Prof. Mario Dini

E’ uscito proprio in questi giorni su un settimanale, con la foto di un seno enorme, una notizia abbastanza bizzarra, sulla chirurgia plastica estetica, che ha suscitato curiosità, diffidenza, ma anche sorpresa, trattandosi di un settore serio, dove porre la massima attenzione verso i professionisti a cui ci si rivolge.
L’ultima follia in fatto di vanità femminile arriva dagli Stati Uniti. Se un tempo per impreziosire una serata importante si sceglieva l’abito migliore, si andava dall’estetista e dal parrucchiere per mostrarsi al top dello splendore, adesso a borsa e scarpe in pendant si può aggiungere un nuovo orpello: il seno. Nel senso che un medico americano, Norman Rowe, ha brevettato una speciale inizione salina che permette di gonfiare il decolté… A tempo determinato (Panorama).
Chiediamo di avere commenti su questa notizia che è di notevole interesse, se attuabile, al prof. Mario Dini, specializzato in Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica, socio ordinario della Società Italiana di Chirurgia Plastica, Ricostruttiva ed Estetica (Sicpre) e della nuova Associazione Italiana di Chirurgia Plastica Estetica (AICPE), nonché membro dell’ISAPS, International Society of Aesthetic Plastic Surgery, la più importante società mondiale di chirurgia estetica.
Professor Dini, ci spieghi questa tecnica che ci farebbe tutte “Oggetto di desiderio per una notte”.
Ho letto anche io la notizia di un famoso chirurgo plastico di Manhattan (New York) Norman Rowe che ha brevettato, circa un anno fa, una tecnica chiamata INSTABREAST, ovvero seno immediato!
In cosa consiste questa tecnica?
La paziente va nello studio del medico il quale spiega alla paziente che potrà ottenere per 24-36 ore un aumento del volume del seno di circa una-due taglie rispetto al volume di partenza.
E in pratica che cosa succede?
Il chirurgo, aiutato da una piccola anestesia, inietterà nel seno della paziente un certo volume di H20 sterile in 15-20 minuti, in modo che la paziente esca dallo studio con il seno “nuovo” e che nelle poche ore successive si sgonfierà fino a tornare al volume di partenza.
Professore, si tratta di una “americanata” oppure di una cosa seria?
Questa “trovata Newyorchese” può dare il piacere e la sensazione alla donna di avere un certo volume al seno per poche ore.. E’ come se si usasse un filler a rapidissimo riassorbimento per il seno.
Ma lei è favorevole a questa sorta di “inganno”?
Il mio parere non è favorevole, perchè si deve fare un’anestesia per un risultato con una durata veramente troppo breve!
Misure che aumentano in maniera considerevole coinvolgono anche altre persone, come un compagno, fisso oppure occasionale…..
Infatti, è sgradevole ritrovarsi una sorta di Pin Up accanto e poi vedersela sparire, in definitiva la tradizionale mastoplastica additiva è un intervento comunque molto sicuro, rapido (40 minuti-1 ora al massimo), con risultato duraturo e definitivo, ma anche completamente reversibile, se alla donna non piacesse il risultato ottenuto!

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Prof. MARIO DINI Specialista in chirurgia plastica e chirurgia estetica
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Immagina Cenerentola ..come sarebbe cambiata la novella se Cenerentola avesse avuto i polpacci brutti

gambe 2Siamo cresciuti tutti con un sogno, quello di essere Cenerentola , di fuggire, perdendo una scarpa, al fatidico scoccare della mezzanotte e di trovare un principe che ci faccia la prova della scarpetta di cristallo; ma, anche se nei giorni d’oggi la favola si è trasformata in una moderna Pretty Woman e la scarpetta è quella di Jimmy Choo, è rigorosamente obbligatorio che la “Cenerentola” in questione sfoggi una caviglia da etoile supportata da un polpaccio tonico e abituato all’aerobica. In caso contrario la favola avrebbe potuto avere un altro esito in quanto, a quei tempi e nelle favole, non esisteva la chirurgia plastica.
Chiediamo al <a href=”http://www.mariodini.it/”>Professor MARIO DINI</a COS’E’ LA CHIRUGIA PLASTICA DEI POLPACCI.

Per chirurgia plastica dei polpacci si intende tutta quella serie di interventi chirurgici volti ad aumentare il volume e la proiezione dei polpacci.
Tale operazione è molto richiesta dagli appassionati di culturismo e dalle donne che hanno dei polpacci esili e privi di forma.
Come per la gluteoplastica, l’aumento di volume degli arti inferiori può essere ottenuto con il lipofilling o con l’inserimento di protesi.
Nel primo caso utilizzerò come filler di riempimento lo stesso grasso prelevato dal gambepaziente, mentre nel secondo caso inserirò sotto il muscolo del polpaccio una protesi di silicone solido proporzionata alla conformazione fisica del paziente. Le incisioni vengono effettuate nella piega poplitea e sono praticamente invisibili.
Il tipo di anestesia praticata, il decorso post operatorio e i risultati conseguibili sono analoghi a quelli che ho descritto nelle mie interviste per l’intervento di gluteoplastica.

Prof. Mario Dini Specialista in chirurgia plastica e chirurgia estetica
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Donna Baffuta sempre piaciuta …recita il proverbio

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Nonostante il famoso detto “donna barbuta, sempre piaciuta”, da sempre la visione comune della bella donna la vede curata in tutti i suoi dettagli: su tutti la mancanza di peluria, a maggior ragione all’arrivo della primavera e dell’estate dove mostriamo gambe e braccia nude, e allora creme, rasoio, ceretta e depilazione definitiva…. Ci torturiamo in tutti i modi possibili pur di avere la pelle liscia e senza peli.
Ma il mondo è bello perché è vario, c’è chi ha voluto dire basta a tutti questi soprusi e stereotipi che vuole la donna senza peli!
Alcune ragazze che attraverso il blog “Hairy legs club” (letteralmente Il club delle gambe pelose), condividono foto che mettono in mostra le loro gambe non proprio lisce e vellutate.
Ma ci sono anche trattamenti A LUCE PULSATA che hanno dei vantaggi rispetto ad altri trattamenti per la depilazione permanente.
Facciamo il punto sul problema pilifero con il <a href=”http://www.mariodini.it/”>Prof. MARIO DINI</a, chirurgo plastico estetico con Studi a Firenze e Milano.

I peli hanno un loro “ciclo di vita” infatti, anche se non ce ne accorgiamo, i peli nascono, crescono e poi muoiono. Questi 3 periodi della vita del pelo vengono rispettivamente denominate fase ANAGEN, fase CATAGEN e fase TELOGEN.
Nella fase Anagen all’interno del bulbo pilifero si formano nuove cellule, i melanociti, che costituiranno il pelo ad una velocità di circa 1 cm al mese.
Nella fase Catagen, che segue la fase Anagen, il follicolo pilifero si restringe e il bulbo pilifero si separa dalla papilla dermica che lo nutre. Il pelo può rimanere ancorato al follicolo ma cade facilmente con leggeri sfregamenti causati per esempio dal lavarsi e dall’asciugarsi.

Nell’ultima fase, la Telogen, il pelo termina definitivamente la sua crescita ma rimane attaccato al follicolo pilifero. Quest’ultimo continua a restringersi, il bulbo pilifero si distanzia ulteriormente dalla papilla dermica e il pelo può cadere. Conclusasi questa fase, il follicolo pilifero rientra nella fase Anagen. Si forma quindi un nuovo pelo che, crescendo, porta all’espulsione del vecchio pelo in fase Telogen, qualora quest’ultimo non fosse già caduto spontaneamente.
QUANDO LA LUCE PULSATA E’ EFFICACE
Il trattamento con IPL è efficace purché colpisca il bulbo pilifero nella fase di crescita del pelo, la fase Anagen. Questo perché l’efficacia del trattamento dipende dalla quantità di energia luminosa assorbita dalla melanina, che è la sostanza che conferisce il colore scuro al pelo. Nella fase Anagen è presente molta melanina all’interno del bulbo pilifero, quindi più energia sarà assorbita, e il bulbo sarà distrutto.
Un ulteriore motivo dell’efficacia del trattamento in fase Anagen è rappresentato dal fatto che il fusto del pelo è connesso al bulbo pilifero solo in questo momento del ciclo del pelo mentre ne è sconnesso nelle altre fasi.
VANTAGGI DELLA LUCE PULSATA RISPETTO AD ALTRI TRATTAMENTI PER LA DEPILAZIONE PERMANENTE
La lunghezza d’onda si adatta al contenuto di melanina del bersaglio, il pelo, e dei tessuti circostanti. La luce pulsata è selettivamente distribuita al follicolo pilifero senza danneggiare l’epidermide.
Aumentando la temperatura e inducendo calore nel follicolo pilifero parte dell’energia della IPL è assorbita dal pigmento melaninico del pelo e un’altra parte, penetrando nel derma, è direttamente assorbita dalla papilla dermica. Questa sinergia, specifica e peculiare della luce pulsata intensa riesce a danneggiare la maggior parte delle cellule responsabili della crescita del pelo. Una volta distrutti, il pelo e il suo follicolo pilifero vengono eliminati attraverso un processo fisiologico con il risultato di una depilazione a lungo termine.
NUMERO E FREQUENZA DELLE SEDUTE
Il numero delle sedute varia da 5 a 8, con intervalli di tempo di un mese per le prime 2 sedute e di circa 2 mesi per le successive. Con questo protocollo generalmente si ottiene una depilazione permanente del 99% dell’area trattata. Consigliabili sono una, due sedute di richiamo ogni anno.
PRESCRIZIONI PRE-TRATTAMENTO
Non esporsi prolungatamente a radiazioni solari o a lampade UV in modo che la pelle al momento del trattamento non risulti abbronzata. Non assumere vitamine A e K o antibiotici.
PRESCRIZIONI POST-TRATTAMENTO
Non esporsi al sole o a lampade UV nel caso in cui si sia verificato anche solo un lieve eritema, fino alla sua scomparsa. Applicare, se necessario, creme o gel lenitivi. Non presentarsi alla sessione di epilazione con i peli appena rimossi con ceretta. Se necessario rimuoverli usando il rasoio.
EFFETTI COLLATERALI
Si possono verificare lievi effetti collaterali quale un moderato eritema della parte trattata, accompagnato o meno da una leggera sensazione di bruciore. Più raramente si manifesta un edema persistente con o senza la comparsa di piccole vescicole. Ancora meno frequentemente compaiono aree di iper o ipopigmentazione, che generalmente vanno incontro a risoluzione spontanea nel giro di qualche mese. Possibile, anche se rarissima è la comparsa, nei soggetti predisposti, di una eruzione vescicolare da herpes simplex o una infezione fungina da candida albicans.
CONTROINDICAZIONI
Il trattamento con luce pulsata si può eseguire solo su cute integra, non affetta cioè da patologie della pelle e non presentante escoriazioni o piccole ferite. E’opportuno che la pelle non sia abbronzata perché si potrebbero verificare ipopigmentazioni transitorie; inoltre il trattamento risulterebbe meno efficace, essendo ridotta la selettività tra la melanina contenuta nel bulbo e quella cutanea. E’ sconsigliabile inoltre trattare pazienti sottoposti a terapie con vitamine A, K o terapie antibiotiche.
RISULTATI
I risultati sono sempre soddisfacenti sia per il medico che per il paziente. Dopo ogni seduta generalmente viene eliminato il 10-20% dei peli presenti. I peli che rimangono avranno però una ricrescita più lenta e appariranno progressivamente sempre più sottili. L’entità dei risultati dipende comunque da numerosi fattori quali il colore dei peli stessi e della pelle nonché il numero dei peli e la loro consistenza. Determinante è la natura del pelo. Il trattamento di una peluria fisiologica darà infatti risultati sicuramente più eclatanti rispetto al trattamento di qualsiasi forma di ipertricosi.
FAQ DEPILAZIONE PERMANENTE CON IPL
D. Ci si può sottoporre al trattamento in qualsiasi periodo dell’anno?

R. Sì, purché la pelle non sia abbronzata
D. I peli scompaiono per tutta la vita?

R. No, per depilazione “permanente” si intende infatti che dopo circa tre anni dal completamento del ciclo di trattamento, si può verificare una ricrescita del 20-30% dei peli trattati anche se tale ricrescita sarà molto lenta e i peli saranno molto sottili. Saranno comunque sufficienti 2-3 sedute per risolvere nuovamente il problema dei peli superflui.
D. Posso radermi fra una seduta e l’altra?

R. Sì, purché al momento della nuova seduta i peli siano visibili e abbiano una lunghezza almeno di circa 2 millimetri.
D. Posso farmi la ceretta fra una seduta e l’altra?

R. No, o almeno è sconsigliabile per la buona riuscita del trattamento successivo, perché lo scopo à quello di avere tanti più bulbi possibile da poter colpire.
D. Posso prendere il sole dopo il trattamento?

R. Sì, purché sulla pelle non siano presenti aree arrossate, cioè eritematose che, con l’esposizione ai raggi UVB della luce solare o delle lampade abbronzanti, potrebbero iperpigmentarsi, cioè determinare delle macchie scure sulla pelle.
D. E’ un trattamento doloroso?

R. No, può essere al massimo fastidioso.
D. Quanto dura ogni seduta?

R. Dipende dall’estensione dell’area da trattare. Ad esempio 10 minuti occorrono in media per trattare 2 ascelle e fino ad un’ora può essere necessaria per trattare l’intero dorso di un uomo molto peloso. Comunque il trattamento con IPL è il più rapido tra tutti i trattamenti medici utilizzati per l’epilazione permanente, ad esempio il laser.
D. Viene utilizzato un anestetico?

R. No, perché non è necessario, dato solo il lieve fastidio cha procura il calore della luce pulsata.
Prof Mario Dini Specialista in chirurgia plastica e chirurgia estetica
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